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Ci sono cibi così strettamente collegati agli usi della nostra terra che a volte non ne capiamo l’antichità: oggi vi raccontiamo la storia della sasizza iblea, che ha una storia molto particolare, legata alle tradizioni siciliane sul carnevale.

Fatta di carne di maiale tritata, la sasizza iblea è un insaccato dal sapore straordinario, che viene cucinata in molti modi e che si può mangiare anche cruda, con un po’ di limone, sale e pepe. Ma guardiamo la sua storia.

Sasizza iblea: la storia

La sasizza iblea è davvero antichissima: questo speciale secondo insaccato (utilizzato anche come salume) e legato con uno spago si contraddistingue per l’interno che non è macinato finemente ma in maniera grossolana.

Pare che dall’antica Roma il consumo di questa salsiccia iniziò a legarsi a una tradizione specifica: un maiale (“u puorcu”) veniva scelto e processato in piazza il giorno del martedì grasso.

Una volta processato, veniva condannato a morte per poi essere mangiato. Una tradizione senz’altro crudele, ma che aveva la finalità di combattere lo spauracchio della morte e a ricordare a tutti di essere sempre retti in vita.

La morte del maiale era quasi un modo per espiare le colpe di tutti e gli poteva venir dato modo di fare testamento (il testamentum porcelli del IV secolo pare essere una testimonianza). Alla fine, il maiale veniva sgozzato, la sua carne veniva battuta col cappuliaturi e ridotta in poltiglia.

Sasizza iblea: oggi

Adesso non si usa più fare il processo al maiale, ma quando è tempo di sasizza iblea i maiali vengono comunque scannati e viene fatta festa con le loro carni.

Una volta che la carne viene tritata si aggiungono sale, finocchietto, peperoncino e vino rosso, che rendono la carne più morbida e gustosa. Dopodiché il tutto viene impastato e inserito nei budelli, creando corde di salsiccia lunghe almeno 2 metri.

La sasizza iblea è inserita nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali.